Alterazioni, gli scatti analogici e le stampe antiche di Gino Di Meglio


Con il weekend dell’Epifania la mostra “ALTERazioni” di Gino Di Meglio, fotografo analogico ischitano, giunge al termine, salvo proroghe che saranno pubblicate nei prossimi giorni sul sito del Castello Aragonese, sede dell’esposizione. Un sabato 6 gennaio della befana all’insegna dell’arte e della cultura fotografica nelle sale della Chiesa dell’Immacolata.

Gino Di Meglio ha presentato nel corso di un mese ben 60 stampe:  35 gomme bicromatate, 20 lumeprint e 40 chimigrammi, tutte opere di misura 30×40 cm, realizzate l’anno scorso con la sua Linhof Master Technika e stampate con tecniche poco note o quasi estinte. Di Meglio, che è avvocato nella vita con una grande passione politica e per l’impegno civile, è anche fotografo per passione e amore dell’analogico da anni. Ha esposto nelle migliori sedi e gallerie d’Italia, tra Napoli, Pavia e Torino, oltre che nella sua Ischia, arrivando fino all’estero, a Montreal in Canada per la precisione, dove gli è stato concesso il privilegio di mostrare la sua fotografia dal sapore antico e senza tempo.

Una sezione – dedicata alle gomme bicromatate, di cui una buona parte già esposta in passato al MART, Museo d’Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto – ha per tema le forme. Particolari architettonici dell’isola di Ischia che hanno colpito l’autore, elementi arrotondati,  immortalati tramite un processo dalla storia antica messo a punto nel 1855 dal chimico francese Alphonse Louis Poitevin. La tecnica della gomma bicromatata (detta anche “acquatinta” per il colore dell’acqua di spoglio) utilizza la gomma arabica, il bicromato di potassio e un pigmento, aggiunto per colorare l’emulsione. Questa tecnica, che richiede pazienza e grande perizia manuale, viene premiata da risultati talmente affascinanti da poter rivaleggiare persino con le opere degli esponenti del pittorialismo.

Un secondo settore del percorso fotografico, dedicato alla flora ischitana, consiste in stampe Lumeprint: con questa tecnica si pone un fiore o un qualsiasi altro oggetto traslucido a contatto con la stampa fotografica in bianco e nero, nella sua esposizione alla luce del sole per circa un’ora e nel successivo fissaggio chimico (saltando però la fase di sviluppo). Quello che viene fuori è un risultato di gran pregio artistico grazie alla trama pittorica conseguente: pezzi unici, fossili vivi e pulsanti di fiori congelati, imprigionati, o forse liberati – a detta dell’artista – su carta fotografica. D’altronde era questa la sola tecnica d’ingrandimento possibile quando non c’erano le apparecchiature più moderne.

La terza parte della mostra si compone invece di chimigrammi: fotografie in luce ambiente create secondo una tecnica off-camera che non comporta l’utilizzo di apparecchiature, obiettivi, ingranditori o camere oscure. Le immagini si ottengono grazie all’azione di varie sostanze chimiche (fasi di sviluppo, arresto e fissaggio), lasciate agire su una superficie fotosensibile come carta fotografica. Quest’ultima viene ricoperta di sali d’argento che, se esposti alla luce, si riducono in argento metallico, conferendo al supporto un progressivo strato di annerimento. Sulla carta poi si stende una sostanza – il resist – come il miele, la vernice, la schiuma da barba o lo smalto per le unghie, in grado di offrire una certa resistenza all’azione degli acidi di sviluppo e, al contempo, di lasciarli agire negli spazi lasciati liberi.

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