Oggi, nel Parco Archeologico di Pompei, si raccoglie l’uva.
Non in un vigneto qualunque della campagna vesuviana, ma proprio nei filari ricostruiti della Casa del Triclinio, dove gli scavi hanno rivelato le tracce esatte delle radici antiche, permettendo di ripiantare la vite negli stessi solchi calpestati dai pompeiani prima dell’eruzione del 79 d.C.
È archeologia che si mangia, si beve, si vive ogni settembre, invece di restare chiusa in una teca.
Trovo che ci sia qualcosa di profondamente rassicurante in questo gesto che si ripete identico da duemila anni: piantare, aspettare, vendemmiare, nello stesso punto esatto di terra, sotto lo sguardo dello stesso Vesuvio che un tempo distrusse tutto e che oggi, paradossalmente, ha conservato fin nei dettagli il ricordo di quei vigneti sotto uno strato di cenere.
La natura, più della storia scritta nei libri, custodisce a volte le tracce più fedeli del passato.
Chi parteciperà oggi alla vendemmia, sarà con le mani tra i grappoli e gli occhi alzati verso le case sventrate dal tempo: non un semplice evento turistico, ma un atto quasi rituale di continuità, la prova che certi gesti, coltivare la terra, raccogliere ciò che matura, festeggiarlo insieme, sopravvivono a qualunque catastrofe, pronti a ricominciare ogni volta che le condizioni lo permettono.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
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