La sera di Ferragosto, mentre in piazza Duomo a Messina centinaia di persone rendevano omaggio alla processione della Vara, a pochi chilometri di distanza tre o quattro uomini col volto coperto sono entrati nel museo regionale della città e in appena due o tre minuti, hanno portato via quattro tavole attribuite ad Antonello da Messina, il più importante pittore siciliano del Quattrocento.
Due opere sono state ritrovate poco dopo, abbandonate su un muretto vicino al museo… forse i ladri sono stati sorpresi da qualche passante. Delle altre due, per ora, nessuna traccia.
Colpisce un dettaglio, riportato dagli inquirenti: allarme e telecamere avrebbero funzionato perfettamente. Non è un dettaglio da poco, perché sposta la domanda da “cosa non ha funzionato” a qualcosa di più scomodo: un sistema di sicurezza serve davvero solo se, dall’altra parte dell’allarme, qualcuno è pronto a reagire in tempo reale.
È lo stesso interrogativo, del resto, sollevato quest’anno anche dal clamoroso furto al Louvre di Parigi: la tecnologia da sola non basta se manca la catena umana che la fa funzionare.
C’è poi una questione più ampia, di cui si è parlato apertamente in questi giorni: la fragilità della tutela del patrimonio artistico nel Sud Italia, spesso meno finanziato e meno presidiato rispetto ai grandi musei del Nord, pur custodendo tesori altrettanto insostituibili.
Un’opera di Antonello da Messina non si vende a un’asta pubblica senza far scattare l’allarme in tutto il mondo dell’arte… è quasi invendibile, proprio perché troppo riconoscibile.
Ma proprio per questo fa più male: non è il valore di mercato a essere in gioco, è un pezzo di identità collettiva che rischia di sparire per sempre in un cassetto.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
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