Oggi i periti eseguiranno l’autopsia su Salvatore Calignano, l’operaio trovato gravemente ferito in una strada isolata di Caivano e morto poco dopo in ospedale.
Tre persone risultano al momento indagate, mentre gli inquirenti cercano di ricostruire cosa sia realmente successo: un incidente sul lavoro mai denunciato correttamente, un abbandono colpevole, o qualcosa di più complesso che solo l’esame medico-legale potrà chiarire con precisione.
Non entro nei dettagli della vicenda, che restano ancora da accertare e meritano la cautela dovuta a ogni indagine in corso.
Ma c’è un elemento che, indipendentemente da come si concluderà questa storia specifica, continua a tornare fin troppo spesso nelle cronache italiane, ed è tempo di dirlo senza giri di parole: non si può continuare a morire di lavoro.
Non si può morire sul lavoro e poi, in più, essere abbandonati per strada come un peso scomodo da far sparire, invece che una persona da soccorrere.
Ogni volta che leggiamo una notizia come questa ci indigniamo per qualche ora, e poi la cronaca passa oltre, fino al prossimo nome, al prossimo cantiere, al prossimo “incidente”.
Ma dietro ogni fascicolo di indagine c’è sempre una famiglia che aspetta risposte, in questo caso, una figlia che ha già detto pubblicamente che suo padre, quando è stato trovato, era ancora cosciente.
Mi auguro che l’autopsia di oggi porti chiarezza. Ma soprattutto mi auguro che un giorno si possa smettere di scrivere articoli come questo.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
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