Da oggi, per chi ogni sera alle 20:50 si sedeva davanti a Rai Tre per seguire le vicende di Palazzo Palladini, dovrà aspettare l’ultima settimana di Agosto: “Un posto al sole” va in pausa estiva.
Per chi non è di Napoli può sembrare una notizia minuscola, quasi buffa da mettere in un articolo. Ma per chi vive qui, o per chi da qui è andato via portandosi dietro l’accento napoletano, quella soap è qualcosa in più di un semplice programma: è un arredamento sonoro di casa, quasi un membro di famiglia che passa a trovarti ogni sera puntuale.
Trent’anni di messa in onda ininterrotta, record assoluto per una fiction italiana, raccontano qualcosa che va oltre la trama: la capacità di una città di raccontarsi ogni sera a se stessa, con gli stessi volti, gli stessi luoghi (veri, riconoscibili, non un set anonimo), le stesse cadenze dialettali che altrove in tv si sentono raramente.
Generazioni intere di famiglie napoletane hanno scandito le proprie serate su quella sigla, tra chi la segue per affetto, chi per abitudine, chi finge di non guardarla e poi la commenta il giorno dopo al bar.
Sembrerà strano, a qualcuno, che una soap, per quanto la critica possa storcere il naso, faccia parte del patrimonio culturale di una città, quasi quanto un monumento o una sagra… e che una pausa estiva, anche quella di una fiction, segni il tempo della vita reale tanto quanto il calendario liturgico o quello scolastico: un altro modo, piccolo e televisivo, di dire che l’estate a Napoli è davvero arrivata.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
Nessun Commento