L’Italia perde uno dei suoi più grandi cantastorie: Francesco Guccini se n’è andato, lasciando un vuoto che va ben oltre la musica.
Non era napoletano, non era nemmeno del sud, ma la sua “Bologna” e le sue canzoni sull’Appennino, sull’osteria, sugli amici perduti per strada, parlavano una lingua che qualunque italiano, da nord a sud, ha sempre riconosciuto come propria.
Quello che rendeva Guccini speciale, ripensandoci oggi, era la capacità di scrivere canzoni-romanzo: pezzi come “La locomotiva” o “Auschwitz” non erano semplici canzoni, erano piccoli trattati di storia e di coscienza civile messi in musica, capaci di insegnare più di certi libri di scuola.
Cantautore, ma anche scrittore, osservatore lucido e mai banale di un’Italia che cambiava sotto i suoi occhi, dal dopoguerra fino a oggi, senza mai perdere la sua voce roca e il suo sguardo disincantato ma mai cinico.
Generazioni diverse si ritroveranno, ciascuna a modo suo, a riascoltare le sue canzoni: infatti ci sarà chi lo ha scoperto negli anni Settanta nei collettivi studenteschi e chi lo ha ereditato dai genitori come un rito di passaggio quasi obbligato.
Non capita a molti artisti di restare così trasversali, così necessari, per oltre cinquant’anni.
Con la sua morte, l’Italia, purtroppo, avrà una canzone in meno da scrivere insieme a lui… ma un’infinità di canzoni sue da continuare a cantare.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
Bellissimo articolo che ha evidenziato l’affetto di più generazioni nei confronti di Guccini
Grazie mille! É la verità!