C’è un titolo, prima ancora dell’opera, che da solo vale la visita: “Je so’ Punk”, che strizza l’occhio a “Je so’ pazzo” di Pino Daniele, ma lo trapianta in un immaginario fatto di spille da balia, borchie e ribellione visiva.
Ventiquattro opere di Alessandro Cocchia occuperanno l’Antisala dei Baroni del Maschio Angioino, la stessa sala che nel 1486 fu teatro della congiura dei baroni contro Ferrante d’Aragona, da oggi fino al 26 agosto.
Mi diverte pensare al cortocircuito che si genera in quello spazio: un castello aragonese, simbolo di potere e di storia ufficiale, che per un mese ospita un’estetica nata apposta per sfidare ogni potere costituito.
Il punk, in fondo, nella sua radice più pura, era proprio questo: prendere ciò che è “alto” e sporcarlo di strada, di rabbia, di autenticità grezza. Farlo dentro le mura di un maschio angioino, invece che in un capannone di periferia, sposta completamente il significato dell’operazione e forse è proprio questo lo scarto interessante.
C’è qualcosa di molto napoletano, in fondo, in questa contaminazione: la capacità di questa città di far convivere sacro e profano, antico e nuovo, senza sentire la necessità di scegliere da che parte stare. Il Maschio Angioino ha visto passare re, congiure, assedi. Sopravviverà benissimo anche a un’invasione di spille da balia.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
Nessun Commento