Stasera cala il sipario, per l’ultima volta in questa stagione, sulla Turandot che ha tenuto banco al San Carlo dal 5 luglio.
Otto recite per l’opera incompiuta di Giacomo Puccini, quella della principessa di ghiaccio che nessun pretendente riesce a sciogliere, se non a costo della vita… e nel centenario esatto della sua prima assoluta, andata in scena alla Scala nel 1926.
Quello che mi ha colpito, seguendo le cronache di questa produzione, non è solo la regia contemporanea del russo Vasily Barkhatov, che nella sua rilettura, ha proposto una favola dark che ha diviso pubblico e critica, perché è stato capace di far parlare una partitura ottocentesca al pubblico di oggi senza tradirne la maestosità; è il dettaglio, apparentemente piccolo, del prezzo dei biglietti: si parte da 20 euro.
Un teatro, che porta il velluto rosso e gli stucchi dorati di quasi tre secoli di storia, il più antico d’Europa ancora in attività, che permette a chi si avvicina per la prima volta all’opera di sedersi in platea per la cifra di una pizza e un film, è una forma di democrazia culturale che vale la pena raccontare.
Puccini morì lasciando Turandot incompiuta e c’è qualcosa di struggente in questo: un capolavoro che parla ancora, cent’anni dopo, proprio perché resta un enigma aperto.
Come Napoli, del resto, che ogni sera trova il modo di far convivere l’antico e il nuovo, senza doversi scegliere per forza.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
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