Ci sono lutti che si sentono anche se non si conosceva di persona chi se n’è andato.
È il caso di Peppino di Capri, morto Sabato 11 luglio, sulla sua isola, Capri, a 86 anni.
Chi ha canticchiato almeno una volta “Champagne” o “Roberta”, e a Napoli quasi tutti, ha perso un pezzo della propria colonna sonora.
Quello che colpisce, ripensando alla sua storia, è come sia riuscito a fare da ponte tra due mondi che a volte sembrano inconciliabili: la canzone napoletana più autentica e il pop internazionale.
Suonava il piano da bambino per i soldati americani, poi negli anni Sessanta portava il twist nei locali di Capri, eppure non ha mai smesso di cantare in napoletano, di restare fedele a quel timbro che profumava di golfo e di estate. Due volte vincitore di Sanremo, ma sempre, nel profondo, un artista isolano.
Forse la lezione più bella che lascia è proprio questa: non c’è bisogno di scegliere tra le proprie radici e quelle del mondo, tra il dialetto e i palcoscenici internazionali. Si può restare profondamente legati alla propria terra e allo stesso tempo aprirsi a nuove esperienze in giro per il mondo.
Ai suoi funerali celebrati ieri, nella piazzetta di Capri, sulle note de “Il sognatore“, c’era una città intera a fischiettare nella propria testa una delle sue canzoni.
Peppino di Capri lascia alla sua isola natale, Capri e al mondo intero, un’eredità artistica, una visione, un talento che sopravvivrà alla sua esistenza.
Buona pausa caffè!
Elena Simonetti
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