Un’overdose di pubblico. Il quarto appuntamento della XXIII edizione di Ridere –il Festival del Teatro Comico, della Musica e del Cabaret a cura del Teatro Totò con l’ottima direzione artistica di Gaetano Liguori (insignito della Medaglia d’Oro conferitagli dal Presidente della Repubblica per le meritorie attività artistiche e culturali svolte) – ha riempito di una folla plaudente il Cortile del Maschio Angioino: protagonista in scena, Paolo Caiazzo (autore e regista della pièce “Boomer, Un papà sul sofà”) affiancato da Gioia Miale, Daniele Ciniglio e Nicola Pavese. Lo spettacolo – che già nella stagione teatrale appena conclusa aveva fatto impennare l’asticella delle presenze al Teatro Cilea, di cui ha brillantemente chiuso le rappresentazioni – ha attirato una foltissima platea, ansiosa di ascoltare uno fra i suoi più acclamati beniamini. La sfida di Caiazzo come autore è quella di spingere gli spettatori a guardarsi dentro, interrogarsi sul proprio privato e riconoscere che i rapporti interfamiliari sono un banco di prova della maturazione personale come individui, coniugi ma, soprattutto, genitori.
Le dinamiche e le relazioni all’interno della famiglia – che si allargano dall’ambito ristretto del rapporto genitori / figli a tutto il resto del parentado – possono fortemente influire sui legami affettivi, incidendo pesantemente sull’unità del gruppo familiare, come si sottolinea più volte nella commedia: le conseguenze di atteggiamenti troppo severi o, al contrario, troppo permissivi si riscontreranno con esiti negativi nella socializzazione e nella crescita personale dei giovani, vero nucleo della struttura familiare. Ed è proprio su questo conflitto intergenerazionale che si innesca la chiave di volta dello spettacolo che già nel titolo rispecchia il substrato -polemico ma non troppo – dello scontro fra genitori e figli, separati anche da un divario tecnologico, mai sperimentato nelle epoche passate, a cui nessuna scuola ti insegna a far fronte.
Il gap della digitalizzazione acuisce la distanza fra i Millennial e le generazioni più anziane indicate con il termine “boomer” – usato in modo sarcastico per criticare e dileggiare atteggiamenti e opinioni ritenute obsolete e, quindi, non degne di attenzione – e mette in crisi le figure materne e paterne che hanno difficoltà ad accettare i volubili trend giovanili, i comportamenti e il linguaggio crudo e a volte incomprensibile dei loro figli. Caiazzo tira le fila di questo difficile rapporto con abilità, dosando ironia, ragionamento e vis comica, suscitando più di una riflessione sulla necessità di avvicinarsi al mondo dei giovani, al loro modo di pensare o di agire senza considerazioni paternalistiche: i pericoli in agguato nel mondo esterno sono tanti e i ragazzi – loro malgrado – hanno sempre bisogno di un riferimento adulto, di un consiglio obiettivo, di una guida sicura che la “Generazione Z” (quella dei cinquanta-sessanta-settantenni
LAURA CAICO





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