“Francesca da Rimini” al Teatro alla deriva al Giardino 2025, un disastro comico totale e assoluto


Foto di Davide Russo

Quando leggemmo il disïato riso, esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante“. Il bacio più famoso della Divina Commedia di Dante Alighieri, declamato nel V Canto dell’Inferno, si rivela altrettanto tremante, d’imbarazzo però, considerando che Francesca è interpretata da un uomo con trecce, nocche e parrucca bionda, nello spettacolo comico cult Francesca da Rimini andato in scena lo scorso 13 luglio al Giardino dell’orco, palcoscenico quest’anno del Teatro alla deriva.

TEATRO ALLA DERIVA AL GIARDINO 2025

La rassegna diretta da Giovanni Meola in questa calda estate 2025 ha proposto un autentico disastro comico, una catastrofe divertente, spassosa ed esilarante: trattasi proprio della Francesca da Rimini, riscritta da Francesco Rivieccio (partendo dal testo della farsa di Antonio Petito), diretta da Vittorio Passaro (anche drammaturgo scenico) che è in scena insieme all’autore e ad altri due compagni di viaggio, Domenico Pinelli e Francesco Romano.

ANCORA UN ATTORE DEL FILM TV RAI DI SERGIO RUBINI SUI FRATELLI DE FILIPPO

Per il secondo appuntamento consecutivo la kermesse ingaggia un attore proveniente dal film TV RAI di Sergio Rubini: Pinelli infatti era stato Peppino De Filippo nel film sui fratelli più famosi e importanti del Teatro napoletano del XX secolo, e il 6 luglio la manifestazione aveva ospitato Mario Autore nelle vesti di Charlie Chaplin, già Eduardo De Filippo nella pellicola televisiva di Rubini.

FRANCESCA DA RIMINI, UN GIOCO TEATRALE DEGNO DI SHAKESPEARE

Foto di Davide Russo

Un divertentissimo gioco teatrale di teatro nel teatro (Play within the play, si potrebbe definire, per menzionare uno degli artifici del teatro shakespeariano) grazie al pretesto di una compagnia che non si presenta e a una tragedia che non si farà più.

Però agli spettatori non si può negare lo spettacolo e così un capocomico strampalato, aiutato da un suggeritore ancor più strampalato, lo fa andare comunque in scena. Prendendo spunto dalla drammaturgia di Petito, un quartetto di attori assai affiatato trasforma la tragedia in una commedia, tra frizzi, lazzi, giochi di parole, doppi sensi ed equivoci.

QUARTETTO D’ATTORI STRAMPALATI PER LA FRANCESCA DA RIMINI DI RIVIECCIO E PASSARO

I quattro interpreti innestano da subito la marcia più alta, dando vita ad un fuoco di fila irresistibile di gag, qui pro quo e scarti semantici e linguistici.

La riscrittura della vicenda tragica di Francesca da Rimini, firmata da Francesco Rivieccio, partendo dall’opera di Antonio Petito, si rivela perciò efficace, nonostante qualche incertezza iniziale.

Cullata inizialmente da spiritose musiche medievali basate su motivetti pop abbastanza riconoscibili – su tutti Blue degli Eiffel 65 e Bad Romance di Lady Gaga – Francesca da Rimini si presenta davvero come una bad romance, una cattiva storia d’amore: mal scritta, male interpretata, mal gestita sul palco d’erba e fieno, tra il verso di una capretta della fattoria vicina e quello di una gallina, e male improvvisata.

Tutto per finta ovviamente, in un ameno divertissement a scatole cinesi, anche un po’ matrioska, e proprio per questo motivo funziona alla grande.

I PERSONAGGI DI FRANCESCA DA RIMINI

Francesca è confusa e spaesata, Gianciotto Malatesta (il marito) appare imbranato nonostante elmo e corazza, Paolo (fratello di Gianciotto e cognato di Francesca) sembra quasi capitato lì per caso, non proprio convinto del suo ruolo e del suo amore per Francesca (interpretata da un uomo, con tutte le conseguenze e l’imbarazzo del caso al momento del fatidico e sospirato bacio).

Come se non bastassero le melodie moderne riproposte con fiati degni dei banchetti del Medioevo, Francesca canticchia al calar del sole anche Rossetto e caffè di Sal da Vinci, in una rappresentazione scenica non-stop che anche stavolta con la luce naturale sveste gli attori, al netto dei pesanti costumi di scena: senza luci artificiali e faretti non ci sono pause, entrate in scena, colpi di scena improvvisi e cambi d’abito, e tutto risiede nella forza degli attori, nella loro vis comica.

Fa capolino pure la maschera di Pulcinella sul volto del suggeritore in questo pastiche che fa tornare alla memoria le atmosfere e lo spirito della Smorfia, sicura fonte di ispirazione per il poker di attori in scena.

FINALE AL CALOR BIANCO

Amor condusse noi ad una morte”, scriveva il sommo poeta Dante Alighieri nel V canto dell’Inferno, dove posizionava i due amanti fedifraghi nel girone dei lussuriosi, e il momento del fatale assassinio ad opera di Gianciotto si colora di tinte western o gangster, con una pistola i cui colpi aprono e chiudono l’ora abbondante di mise en scene.

L’albero scenografico di questa rassegna sta mettendo i frutti anzitempo – mele annurche – a causa del cambiamento climatico, coerentemente con l’assurdità di questa avventura comica abbondantemente sopra le righe.

Foto di Davide Russo

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