UN SENO NUOVO PER TORNARE A VIVERE


Bilanci di “Ottobre Rosa”, mese della prevenzione al seno.  C’è stata grande attenzione sulla ricostruzione che incide positivamente sullo stato psicofisico delle donne operate di carcinomi della mammella, riportando alla sua interezza un simbolo identitario di primaria importanza per la sessualità e la maternità. Il prof. Alfredo Borriello, Direttore dell’unità di Chirurgia Plastica dell’Ospedale del Mare di Napoli, specialista in Chirurgia Plastica ricostruttiva ed estetica e Medicina Estetica, già Direttore dell’unità di chirurgia plastica dell’ospedale “Pellegrini” di Napoli – a completamento delle campagne informative appena conclusesi –  ci parla delle più recenti metodologie poste in essere per restituire alle donne mastectomizzate le forme compromesse dagli interventi chirurgici demolitivi come la quadrantectomia e la mastectomia legata all’asportazione del tumore della mammella: “La pandemia, purtroppo, non accenna a diminuire: dobbiamo imparare a convivere con il virus ma non dimentichiamoci che esistono anche le altre malattie e che il cancro al seno costituisce il 30% dei tumori maligni femminili, rappresentando la neoplasia più frequente tra le donne.  L’anno scorso, le statistiche hanno riportato dati preoccupanti giacchè i nuovi casi di carcinomi mammari sul territorio nazionale sono stati oltre 53.000: non va poi sottovalutato l’impatto emotivo che l’asportazione di una parte anatomica così significativa ha sulle pazienti. La guarigione dalla malattia non può essere considerata completa – sotto il profilo psicologico – senza la ricostruzione mammaria, che ripristina fiducia, serenità e il recupero di un’identità femminile”.

Professore, quanti interventi relativi ai tumori della mammella vengono effettuati in Italia?

“Sono oltre 14.000 all’anno e le cifre sono confortanti giacchè si stima pari all’87%, la sopravvivenza delle donne con tumore alla mammella a 5 anni dall’intervento: ribadisco però che le operazioni e la terapia non rappresentano la chiusura di un ciclo senza la ricostruzione mammaria che sigla veramente per le pazienti la fine di un incubo.”

Quali sono le tecniche più frequenti in questo settore?

“La ricostruzione immediata che viene eseguita contemporaneamente alla fase demolitiva e la ricostruzione differita, solitamente realizzata da 6 a12 mesi dopo l’intervento, a causa della necessità di forti dosi di radioterapia: entrambe mirano a restituire nel più breve tempo possibile un aspetto armonico alle forme muliebri e ai tessuti interessati dalla mastectomia e dalla radioterapia. Si valuta attentamente l’inserimento di protesi mammarie definitive ol’utilizzo di espansori temporanei e di successive protesi permanenti.  Ci sono poivarie metodiche più complesse, che vertono su altre zone corporee, da scegliere in base alle caratteristiche fisiche della paziente, alla sua qualità cutanea, ad altri fattori tra cui la mammella controlaterale, l’entità dell’intervento da eseguire e l’eventuale necessità di radioterapia : il prelievo di tessuto autologo che viene rivascolarizzato nell’area ricevente può avvenire con il metodo Tram che comporta l’utilizzo del lembo miocutaneo del retto dell’addome, o con il metodo DIEP che impiega un lembo dermocutaneo irrorato dalla vena epigastrica inferiore ma richiede tecniche microchirurgiche o, infine, con l’applicazione del lembo del muscolo gran dorsale che prevede l’impiego di protesi.”

Ci sono metodiche meno invasive?

“Sì, c’è il lipofilling – una metodica complementare alla mastectomia –  che consente l’impiego di grasso proveniente dalla stessa paziente. Vorrei sottolineare che il grasso umano è denso di cellule staminali adulte, atte a rigenerare profondamente i tessuti in cui vengono trasferite: fenomeno di grande importanza per scongiurare la PMPS Post Mastectomy Pain Syndrome che colpisce quasi il 40% delle donne mastectomizzate e che provoca acuta sofferenza – difficile da lenire anche con antidolorifici e anti-infiammatori – nella zona compresa fra la cicatrice dell’intervento, l’ascella e il braccio.”

  E per quanto riguarda l’areola e i capezzoli, spesso compromessi dall’intervento demolitivo?

 “ Relativamente alla ricostruzione del complesso areola-capezzolo – che va differita di qualche mese rispetto agli altri interventi – ci sono svariate tecniche chirurgiche, anch’esse ormai quarantennali, che prevedono per il capezzolo l’utilizzazione di lembi locali e per l’areolal’utilizzazione di cute proveniente da vari distretti corporei: preferibile, a mio avviso, la metodica del tatuaggio, introdotta da Kesselring nel 1975 e da Becker nel 1986, non chirurgica e quindi meno invasiva.”.

LAURA CAICO

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